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SAN GIUSEPPE MOSCATI

E IL

BEATO BARTOLO LONGO


 

Prima conoscenza


Giovanni Paolo II, alla conclusione della cerimonia di canonizzazione di Giuseppe Moscati, prima della recita dell’Angelus, ricordava, tra l’altro, le parole confidate dal nuovo Santo alla signorina Emma Picchillo, che ha trascorso quasi tutta la sua vita all’ombra del Santuario di Pompei ed è stata per vari anni segretaria di Bartolo Longo: "Quanta dolcezza provo nel comunicarmi nel Santuario di Pompei, ai piedi della Madonna mi sembra di diventare più piccolo e Gli [a Gesù] dico le cose come sono".

Il Santo attinse una particolare devozione alla Regina del Rosario dallo stesso Beato Bartolo Longo, che conobbe quando, passata a Napoli la famiglia per il trasferimento del padre, Francesco, dalla corte di appello di Ancona a quella partenopea, veniva molto spesso condotto all’Istituto fondato dalla S. Caterina Volpicelli nel palazzo Petrone alla Salute.

Bartolo Longo insieme ad alcuni dei tantissimi bambini da lui raccolti, istruiti e avviati a una armonica crescita umana e spirituale

Quivi l’avvocato di Latiano – Bartolo Longo - aveva abitato per qualche tempo verso il 1870 e frequentemente tornava, anche dopo che era passato con la contessa Marianna Fornararo De Fusco al palazzo Passero di Largo Salvator Rosa.

La signora Rosa De Luca e il Comm.Francesco Moscati (genitori di S.Giuseppe Moscati) frequentavano la Volpicelli e le persone che, sotto la guida del Card.Sisto Riario Sforza, si univano a lei nell’apostolato religioso e sociale, tra cui i futuri Beati Ludovico da Casoria e Bartolo Longo, Rosa Carafa, Giulia Salzano e Isabella De Rosis.

I signori Moscati vollero che il loro figlio Giuseppe ricevesse, l’8 dicembre 1888, la Prima Comunione nella cappella delle Ancelle del Sacro Cuore. Quando il 25 novembre 1914 la signora Rosa, madre del Santo, volò "al cielo con una morte di santa, quale era stata sempre in vita", Giuseppe volle che fossero celebrate nella stessa chiesa la liturgia esequiale (26 novembre) e quella del trigesimo, anticipata di qualche giorno (22 dicembre).

Moscati rimase da fanciullo attratto da Bartolo Longo, che aveva ben 39 anni più di lui e, incontrandolo, spesso si infervorava ancor di più nella devozione alla Madonna di Pompei e nell’amore ai poveri e ai malati, inoculati in lui soprattutto dalla mamma e dalla sorella Nina, che "ebbe per complice nel fare il bene al prossimo".

Dopo la laurea in Medicina, conseguita il 4 agosto 1903, divenne medico personale di Bartolo Longo fino alla morte di questi, visitò spesso il Santuario da lui fondato, portando con sé talvolta qualche Assistente per farlo accostare ai sacramenti, aiutò con frequenti e generosi oboli le opere pompeiane e curò sempre gratuitamente gli orfani e gl’infermi che Bartolo Longo aveva raccolto.

Si stabilì così tra Moscati e Bartolo Longo uno stretto rapporto di amicizia e di collaborazione apostolica, facendo spesso da tramite la signorina Nina, sorella del Santo Medico.



La celebre immagine della Madonna del Rosario di Pompei


Corrispondenza significativa


Ho avuto occasione di pubblicare alcune lettere scambiate fra i due; ora però lo storico Rosario Esposito, insieme ad un ampio articolo su Giuseppe Moscati e Bartolo Longo dal titolo "Ecco come un santo cura un altro santo", carteggio fra i due, ritrovato nell’Archivio di Bartolo Longo.

Sono 16 lettere inviate dal Moscati a Bartolo Longo e 3 trasmesse da costui al Moscati. Esse ci permettono di conoscere meglio i rapporti tra i due, così distanti per età, formazione ed esperienza religiosa, ma intimamente collegati da un’ansia di "giustizia e carità" sorretta da fede viva.

Questa corrispondenza - a giudizio dell’Esposito - è "estremamente importante" già per la storia dell’arte medica, "in quanto siamo di fronte ad uno dei grandi della medicina... Ma l’aspetto più importante è quello che ci si permetta di definire pedagogico. La profonda venerazione [di Moscati] nei confronti del venerando paziente [Bartolo Longo] non si eclissa in nessun istante.

L’amabilità e la pazienza, non prive di qualche punta di arguzia, rendono questi messaggi, a volta tanto brevi da sembrare telegrafici, straordinariamente cari... Infine queste brevi pagine costituiscono l’incantevole veicolo che rende agevole la ricostruzione di un panorama religioso e spirituale che fa da cornice a una grande amicizia. Storie parallele di personaggi della scienza e della religione che in qualche modo entrano nella biografia dell’uno e dell’altro; e infine ricordi e prospettive circa la promozione spirituale di se stessi e delle popolazioni meridionali" (1 ).


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Bartolo Longo accogliei bambini

 

 

Lo sguardo e il cuore di Moscati

ai piedi della Vergine


 


Bartolo Longo e Giuseppe Moscati,
in un dipinto di Ciro Adrian Ciavolino,
nel Santuario di Pompei.

Prestando Moscati sempre gratuitamente la sua opera non solo a Bartolo Longo, alle suore, agli orfanelli da esse educati, ma anche agli infermi dal loro segnalati, il fondatore del Santuario di Pompei lo ringraziava personalmente o per mezzo del proprio segretario Giovanni Battista Allaria, inviandogli anche in dono qualche rosario o delle pubblicazioni.

In una delle risposte sempre puntuali di ringraziamento abbiamo la più bella espressione della devozione di Moscati per la Regina del Rosario. Così egli scriveva il 20 luglio 1926:

"Lei mi ha lusingato ed onorato altamente con la sua lettera e con i suoi ringraziamenti, che proprio non meritavo, avendo ritenuto mio dovere profondermi al servizio d’una persona, che mi veniva raccomandata da Lei. E ancora la ringrazio, insieme con il Signor Allaria, dei magnifici doni, ricordi della sublime opera di Pompei, inviatimi.

Dalla mia infanzia mi sono inteso trasportato verso la terra, ove la Regina del Rosario ha attratto tanti cuori e operato tanti prodigi. E voglia Ella, Madre benigna, proteggere il mio spirito e il mio cuore in mezzo ai mille pericoli in cui navigo, in questo orribile mondo! Sempre che posso, faccio una scappata a Pompei - cosa oramai moltissime volte proibitami dalla assillante mia professione.

Ma sempre che col treno passo fuggendo, in vista del Santuario, per recarmi lontano, in consulti, cosa frequentissima, il mio sguardo e il mio cuore è lì, ove tra gli alberi si intravede il campanile in costruzione, ai piedi del ciborio, su cui s’innalza l’immagine della Vergine! Mi perdoni se, scrivendo a Lei, vado col pensiero a tanti ricordi cari... Mi creda sempre ai suoi ordini..."

Di particolare interesse sono due lettere del 1925, da cui traspaiono l’ardore apostolico dei due amici, il loro rispetto per gli altri, la loro delicatezza di coscienza, il disinteresse per la propria stima e le eventuali incomprensioni. Il 7 settembre 1925 Moscati scriveva a Bartolo Longo:

"L’altro ieri venne a visitarsi da me l’ing. Gustavo D’Agostino, accompagnato dal fratello S.E. il Presidente del Consiglio di Stato. Egli ha una gravissima malattia (un cancro); ma non è detto che non possa guarire con un’opportuna operazione chirurgica. Anzi speriamo che un lontano filo di speranza (che la malattia anziché un cancro sia un granuloma) si realizzi: il che si vedrà subito, tra 10-12 giorni, perché se si tratta di un granuloma, guarirà come per incanto sotto l’azione di alcune iniezioni (cura probatoria).

Ma il guaio grosso è che l’ing. De Agostino è lontanissimo dalla frequenza dei SS. Sacramenti! Afferma di essere un uomo senza peccati! E S.E. D’Agostino ritiene che ogni fratello deve pensare a sé, e non può pensare all’altro. Io rimproverai dolcemente l’ingegnere, mostrandomi sorpreso che egli appartenesse all’entourage di Bartolo Longo...

Come volete che si possa abbandonare quell’anima fra i pericoli che corre? Io sono sicuro che egli avrà salva la vita umana; ma è un grande avviso che ha avuto; e sapete che queste malattie, anche guarite, si riproducono con estrema facilità, cosa che cercheremo di impedire con una cura di raggi X, dopo l’operazione chirurgica.
Ma vi ho voluto scrivere, perché la S. Vergine di Pompei reclami per sé quest’anima buona, ma tiepida".

Bartolo Longo aveva ringraziato Moscati ma, essendosene dimenticato, gli aveva riscritto chiedendogli consigli per la propria salute e forse manifestandogli qualche perplessità circa frasi attribuite a Moscati. Questo così gli rispose con un biglietto non datato:

"Domani mattina verrò a Valle [di Pompei], andrò in chiesa, e mi accosterò alla S.Comunione, e poi verrò a vedervi; e tengo a dichiararvi che per voi lascerei tutto tutto, mettendovi in prima linea rispetto agli altri... Vi scrissi per il Sig.D’Agostino: questi è andato a Parigi. Voi mi rispondeste; ringraziandovi vi avevo dato sue notizie, libero da legami di precetti di S.Chiesa. Io non seppi interpretare la frase. Vi assicuro che non avevo svelato un segreto di confessione pregandovi di mettere in opera tutto, per far ravvicinare quel bravo Sig. D’Agostino, persona eccellente, ai SS. Sacramenti, perché minato da un male inesorabile".

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Al capezzale del venerando Vegliardo

Più frequente è stato lo scambio epistolare durante l’ultima malattia di Bartolo Longo. Il 24 marzo 1926 l’illustre clinico tracciava l’indirizzo terapeutico da seguire. Il 29 dello stesso mese ribadiva all’amico:

"Io credo di aver tracciato dei binari da cui... non bisogna deragliare! Ossia economia di farmaci, e con cangiare le abitudini quanto più è possibile. A noi abituati all’acqua dell’Aosino e del Serino, è bene non far cambiare tipo di acqua potabile. Attenetevi a quei pochi precetti dettativi. Avete fatto bene a ricevere l’olio santo, non perché Il Signore vi voglia con sé, perché non è scoccata la vostra ora, ma perché vi siete uniformato al consiglio della lettera cattolica di S.Giacomo (4,14-15) il quale, allorché vedeva una malattia insistere, ordinava l’unzione, come rimedio oltre che dell’anima, del corpo".

Moscati, che non era un teologo, ma un credente assiduo alla lettura della Sacra Scrittura, aveva bene inteso e praticato come il cristianesimo, inculcando la rassegnazione nella malattia, non distoglie da una giusta e dovuta lotta contro tutto ciò che è di ostacolo alla vita, alla salute e ai beni connessi.

Il 12 aprile 1926 Moscati, lieto delle buone notizie ricevute sulla salute di Bartolo Longo, chiede ulteriori precisazioni sull’ulcus rodens di cui era afflitto, in vista di una eventuale più lunga applicazione di radium, di cui assicura la carenza di fastidio, e ne prende occasione per elevare un inno al Creatore:

"Solleviamo dunque la mente a Dio, e alla cui conoscenza ammesso l’uomo; e ha permesso che gli uomini godessero per un poco di tempo dei suoi doni terreni, ma li ha incitati poi a sapersene distaccare, perché molto di più Egli ci darà in una vita migliore. Il Radium è una delle cose mirabili di Dio conosciuta in questi ultimi anni (e quante altre cose ancora ignorate!). Se è necessario ricorreremo perciò ancora al Radium".


Abbiamo qui lo scienziato contemplativo che invita il giurista Longo, animato da pari fede, ad elevare il pensiero al Creatore, che ha posto l’universo, in tutta la immensità varietà e bellezza, a disposizione dell’uomo, perché se ne serva, senza però dimenticarne la caducità.

Voleva Moscati preparare Bartolo Longo al transito, che sarebbe avvenuto di lì a pochi mesi? L’età avanzata e l’infermità ormai cronica lo aveva in qualche modo fatto prevedere. Ma chi avrebbe potuto pensare che proprio alla distanza di un anno dalla data di questa lettera Moscati, a soli 47 anni, sarebbe all’improvviso passato alla "vita migliore" additata all’amico?

Egli era sempre pronto e si era abituato a risalire da ogni creatura, soprattutto dai fiori, che la sorella Nina gli faceva sempre trovare "sullo scrittoio, nello studio, nei salotti, in camera da pranzo", alla bellezza e grandezza di Dio e a tener presente la caducità delle cose e la fugacità della vita.

5 ottobre 1926: morte di Bartolo Longo

Il 7 maggio 1926 Moscati fa pervenire all’amico una lettera, in cui tra l’altro scrive:

"Voi siete stato l’Araldo della Vergine SS.ma e dovete, rimanendo ancora a lungo all’ombra del Santuario, esser testimone di tante e tante grazie e dei trionfi del Rosario. Io vi ho presente, e pur nel mare di vincoli in cui giaccio, vi penso e… dal quel gran peccatore che sono, prego Iddio per voi. Ma le mie preghiere, sebbene siano come i gas pesanti che scendono sulla terra, e non guadagnano il Cielo, pure sono ispirate alla buona volontà.

Vivete dunque bene e a lungo, e dite come S.Martino longevo fra i suoi monaci oranti: non recuso laborem. E S.Martino rimase a tribolare, sì, sulla terra, ancora, ma a consolare con la sua presenza i suoi fratelli, i suoi figli in Cristo, e a stimolarli nel lavoro della Vigna del Signore".

Bartolo Longo subito risponde: "La mattina dell’8 maggio ho avuto la vostra affettuosa lettera. Le vostre parole sono un grande conforto alle mie sofferenze e, pieno di riconoscenza ho invocato nell’ora della Supplica e invoco ogni giorno su di voi la benedizione e la protezione della nostra Vergine di Pompei. Accetto l’augurio, e, come S.Martino ripeto: non recuso laborem. Ma ho bisogno delle forze! L’esaurimento mi impedisce di parlare, di sentir parlare e di pensare".

Il venerando Vegliardo, forse sfinito dal caldo, rifiuta quasi del tutto il cibo. Moscati l’incoraggia adducendo un altissimo motivo apostolico:

"Godo tanto sentirvi bene! Ma io non posso approvare la vostra determinazione di privarvi del cibo! Alimentatevi, si capisce, nei limiti; ma alimentatevi!… Il Signore e la Vergine SS.ma vi conservino a lungo su questa terra, ch’é davvero divenuta covo di belve e spelonca di ladri. Sacrifichiamoci, ed io per primo, che merito più degli altri di essere annoverato fra le belve, perché trionfino i principi cristiani nel mondo, e solo per questo dobbiamo domandare di vivere".

I pochi brani citati del carteggio tra Giuseppe Moscati e Bartolo Longo sono tanto significativi da invitare a leggere tutte le lettere. La sera del 3 ottobre alle ore 22, Moscati visitò per l’ultima volta il suo amico infermo e, dopo aver costatato il sopraggiungere di una polmonite doppia, uscendo con gli occhi pieni di lacrime, esclamò: "Non c’è più nulla da fare! Don Bartolo ci lascerà fra qualche giorno".

Il 5 ottobre 1926 Bartolo Longo spirava. Ma dopo appena sei mesi, il 12 aprile 1927, il suo amico Giuseppe Moscati, stroncato da un attacco cardiaco, lo raggiungeva in Cielo.

Il clinico Moscati e l’avvocato Longo al loro tempo, oltre ad essere amici fra loro, furono un polo di attrazione per credenti e increduli, scienziati, professionisti, categorie di ogni estrazione sociale, ma soprattutto per poveri, infermi e diseredati. Nel mondo d’oggi il loro messaggio conserva tutta la sua freschezza ed efficacia, perché proviene dall’unica fonte perenne, Cristo, e risponde in pieno alle attuali esigenze socioculturali.

Nota

Ma il guaio grosso è che l’ing. De Agostino è lontanissimo dalla frequenza dei SS. Sacramenti! Afferma di essere un uomo senza peccati! E S.E. D’Agostino ritiene che ogni fratello deve pensare a sé, e non può pensare all’altro. Io rimproverai dolcemente l’ingegnere, mostrandomi sorpreso che egli appartenesse all’entourage di Bartolo Longo...

Come volete che si possa abbandonare quell’anima fra i pericoli che corre? Io sono sicuro che egli avrà salva la vita umana; ma è un grande avviso che ha avuto; e sapete che queste malattie, anche guarite, si riproducono con estrema facilità, cosa che cercheremo di impedire con una cura di raggi X, dopo l’operazione chirurgica.
Ma vi ho voluto scrivere, perché la S. Vergine di Pompei reclami per sé quest’anima buona, ma tiepida".

Bartolo Longo aveva ringraziato Moscati ma, essendosene dimenticato, gli aveva riscritto chiedendogli consigli per la propria salute e forse manifestandogli qualche perplessità circa frasi attribuite a Moscati. Questo così gli rispose con un biglietto non datato:

"Domani mattina verrò a Valle [di Pompei], andrò in chiesa, e mi accosterò alla S.Comunione, e poi verrò a vedervi; e tengo a dichiararvi che per voi lascerei tutto tutto, mettendovi in prima linea rispetto agli altri... Vi scrissi per il Sig.D’Agostino: questi è andato a Parigi. Voi mi rispondeste; ringraziandovi vi avevo dato sue notizie, libero da legami di precetti di S.Chiesa. Io non seppi

Interpretare la frase. Vi assicuro che non avevo svelato un segreto di confessione pregandovi di mettere in opera tutto, per far ravvicinare quel bravo Sig. D’Agostino, persona eccellente, ai SS.Sacramenti, perché minato da un male inesorabile".


Al capezzale del venerando Vegliardo


Più frequente è stato lo scambio epistolare durante l’ultima malattia di Bartolo Longo. Il 24 marzo 1926 l’illustre clinico tracciava l’indirizzo terapeutico da seguire. Il 29 dello stesso mese ribadiva all’amico:

"Io credo di aver tracciato dei binari da cui... non bisogna deragliare! Ossia economia di farmaci, e con cangiare le abitudini quanto più è possibile. A noi abituati all’acqua dell’Aosino e del Serino, è bene non far cambiare tipo di acqua potabile. Attenetevi a quei pochi precetti dettativi. Avete fatto bene a ricevere l’olio santo, non perché Il Signore vi voglia con sé, perché non è scoccata la vostra ora, ma perché vi siete uniformato al consiglio della lettera cattolica di S. Giacomo (4,14-15) il quale, allorché vedeva una malattia insistere, ordinava l’unzione, come rimedio oltre che dell’anima, del corpo".

Moscati, che non era un teologo, ma un credente assiduo alla lettura della Sacra Scrittura, aveva bene inteso e praticato come il cristianesimo, inculcando la rassegnazione nella malattia, non distoglie da una giusta e dovuta lotta contro tutto ciò che è di ostacolo alla vita, alla salute e ai beni connessi.

Il 12 aprile 1926 Moscati, lieto delle buone notizie ricevute sulla salute di Bartolo Longo, chiede ulteriori precisazioni sull’ulcus rodens di cui era afflitto, in vista di una eventuale più lunga applicazione di radium, di cui assicura la carenza di fastidio, e ne prende occasione per elevare un inno al Creatore:

"Solleviamo dunque la mente a Dio, e alla cui conoscenza ammesso l’uomo; e ha permesso che gli uomini godessero per un poco di tempo dei suoi doni terreni, ma li ha incitati poi a sapersene distaccare, perché molto di più Egli ci darà in una vita migliore. Il Radium è una delle cose mirabili di Dio conosciuta in questi ultimi anni (e quante altre cose ancora ignorate!). Se è necessario ricorreremo perciò ancora al Radium".

Abbiamo qui lo scienziato contemplativo che invita il giurista Longo, animato da pari fede, ad elevare il pensiero al Creatore, che ha posto l’universo, in tutta la immensità varietà e bellezza, a disposizione dell’uomo, perché se ne serva, senza però dimenticarne la caducità.

Voleva Moscati preparare Bartolo Longo al transito, che sarebbe avvenuto di lì a pochi mesi? L’età avanzata e l’infermità ormai cronica lo aveva in qualche modo fatto prevedere. Ma chi avrebbe potuto pensare che proprio alla distanza di un anno dalla data di questa lettera Moscati, a soli 47 anni, sarebbe all’improvviso passato alla "vita migliore" additata all’amico?.

Egli era sempre pronto e si era abituato a risalire da ogni creatura, soprattutto dai fiori, che la sorella Nina gli faceva sempre trovare "sullo scrittoio, nello studio, nei salotti, in camera da pranzo", alla bellezza e grandezza di Dio e a tener presente la caducità delle cose e la fugacità della vita.


Il Santuario di Pompei


 

 

 

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