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Il Prof. Enrico Medi,

lo Scienziato che tutti i giovani

dovrebbero conoscere.



Enrico Medi,

servo di Dio

(1911-1974).

LO SCIENZIATO DEVOTO DELLA MADONNA,

LA SANTISSIMA VERGINE MARIA,

L’IMMACOLATA CONCEZIONE.

 

 

DAL CALENDARIO "LA VOCE DI PADRE PIO 2002"

 

(...) Il Professor Medi, dopo aver incontrato Padre Pio, divenne suo devoto spirituale. Affermò sempre con orgoglio di essere un fedele seguace del frate stimmatizzato del Gargano. Diceva: "Padre Pio, per ventisette anni, fino al giorno della sua morte, ha guidato la mia vita con saggezza infinita, con prudenza, da colossale "Santo" della Chiesa.” Il Professore si confessava spesso da lui e più volte gli servì la Santa Messa.


Alla morte di Padre Pio, egli commentò, durante i funerali, i misteri del Santo Rosario e commosse tutti con la sua parola chiara, calda e suadente. Con le sue virtù ed il suo sorriso seppe conquistare i cuori. Legatissimo al Padre, fece ovunque conferenze per farlo conoscere ed amare. (...)


 

TESTIMONIANZA DI MONS. FUSI-PECCI

 

"Lo animava il senso della missione e noi ci chiediamo quale sia stata la missione dell'intera vita di Medi. Egli è stato un esempio vivente e propugnatore chiarissimo dell'armonia che regna tra la scienza e la fede, un'armonia che diventa in lui testimonianza di carità e di servizio, intelligente, competente, generoso, trasparente alla comunità ecclesiale e civile"


Dall'Omelia per "l'introduzione della causa di beatificazione e canonizzazione del prof. Enrico Medi" . Dalla pagina di Giugno 2002


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OSSERVATORIO ROMANO 9 GIUGNO 1995

 

Medi fu un credente e apostolo dell'Eucaristia. Ottenne di conservare il Santissimo Sacramento nella sua casa, in una cappella che egli curava con interesse particolare e che aveva dedicato alla Sacra Famiglia. In quella cappella iniziava e chiudeva la giornata, soffermandosi in preghiera e in lunghe meditazioni.

Per poter penetrare il mondo interiore di Enrico Medi, bisogna ascoltarlo mentre parlava dell'Eucaristia, di cui era pieno il suo cuore, quando fluivano fervide ed entusiasmanti quelle parole che conquistavano le Folle di tante città d'Italia. (...)

Medi fu sensibile ai poveri, ai disagiati, agli indigenti. Durante la guerra di occupazione nazista si offrì in ostaggio per liberare due persone che stavano per essere fucilate.


 

 

 


CON PADRE PIO

 

“Beata Tu, o Pietrelcina, perché hai visto nascere Padre Pio ...” scriveva il Prof. Medi nel discorso rivolto ai Pietrelcinesi, durante la solenne commemorazione di Padre Pio, in occasione della festa patronale della Madonna della Libera. E continuava: “Perché nell'istante in cui l'uomo nasce, respira e viene a contatto con le prime molecole, che entrano dentro i suoi polmoni e nella sua vita, le prime molecole di quel paese lasciano in lui una traccia misteriosa, che noi diciamo siano una traccia genetica, per tutta la sua vita”.


L’incontro con Padre Pio, cambiò la vita di Enrico Medi per sempre. Il primo incontro fulminante fu seguito da tanti altri, sempre densi di significato e di luce, fili che intrecciarono una relazione così straordinaria da non fermarsi alla morte del Frate. Spesso il Professore si tratteneva alcuni giorni a S. Giovanni Rotondo, voleva vivere la quotidianità di Padre Pio, stargli vicino e assisterlo in ogni sua manifestazione d’essere, godere il più possibile del suo consiglio e del suo calore. Approfittava di ogni occasione per poter correre dal Santo e ricevere la Sua benedizione speciale, che questi gli faceva con gioia e paterno affetto.

Il Prof. Medi, infatti, vedeva nel Santo le virtù del credente esaltate all’ennesima potenza, non perdeva occasione per metterne in risalto l’umiltà, la serenità, si sforzava per trasmettere a chi lo ascoltava il Soffio della santità di Padre Pio. Gli parlava della sua famiglia, della moglie e delle figlie e il Padre mandava la Sua santa Benedizione anche a loro.

“Gli ho parlato delle 4 Marie, è sembrato meravigliarsi ma si è ricordato subito di loro. La benedizione per Enrica, ma era implicita: è una cosa sola con me… Dopo la Comunione l’ho pregato ancora per gli occhi di Enrica, ha detto sì sorridendo e ha baciato il Crocefisso: questo il suo ricordo. Per le scale ”La benedico di nuovo”.

Tre volte benedetto e accarezzato da Padre Pio: “sono felice”, scrisse in una lettera. Ma non era solo Enrico a correre dal Padre, spesso era lui a farlo chiamare, soprattutto nel periodo delle elezioni a San Giovanni Rotondo.

A Pietrelcina, tutte le porte erano aperte per il Professore, tutti lo sapevano essere uno dei figli prediletti del Santo. Ma ciò che più affascinava Enrico, riempiendogli il cuore di gioia, una gioia che poi era in grado di trasmettere nei suoi discorsi, era assistere alla Santa Messa di Padre Pio.

Come uno qualsiasi dei pellegrini, alle 4.30 aspettava dietro il portone della Chiesa, alle 5 entrava e si sistemava nel coro per servire la Messa. “La Santa Messa di Padre Pio era un rivivere fisicamente tutta l’Agonia del Getsemani, del Calvario, della Crocifissione e della morte. Quando assistevamo alla Santa Messa si vedeva l’ansia di una creatura, che da una parte era presa da una sofferenza immensa, dall’altra non voleva che questa sofferenza si riversasse sui fratelli che aveva accanto. Come il Signore quando fu sul Calvario. Era un fremito continuo di un’immensa ansia”.

Per una lunga conferenza a Cerignola, nel giugno ’69, il Professore scrisse a lungo sul Padre, non perdendo l’occasione per ribadire le tre grandi virtù del Frate Santo: umiltà, obbedienza e carità. Ma i suoi non erano solo intuizioni, sensazioni evinte dall’assistere alla Santa Messa, le sue erano certezze, derivate dalle stesse confessioni che il Santo era solito regalargli durante i loro profondi incontri.

“Un giorno mi disse: tu devi capire cosa significa ogni giorno ammazzare il Padre, il mio Dio, ammazzare Gesù”… così raccontò una volta all’amico Enrico.

Ma al Professore non bastava dimostrare continuamente il suo Amore e la sua devozione al Padre, essergli sempre vicino, condividere le sue angosce e i suoi crucci, volle fare qualcosa di più. Voleva essere per lui il figlio migliore; voleva dimostrare concretamente il suo amore profondo, aiutandolo a realizzare un grande desiderio del Padre: “La Casa Sollievo della Sofferenza. Il desiderio era che fosse la più grande, la più tecnicamente e umanamente perfetta, con tanti medici e chirurghi, che prestavano la loro opera gratuitamente.

Scrisse il Professore in merito: “Dal punto di vista spirituale e medico la casa è un successo; solo la Provvidenza, per le preghiere della Santa creatura che è Padre Pio, poteva far rifiorire nel deserto una pianta così ricca di frutti”.

Ma il desiderio di compiacere il Padre andava ancora oltre; il Figlio Prediletto sognava infatti anche un altro dono, quello di un centro di ricerche scientifiche nel campo medico-biologico, che fosse da esempio per il mondo intero. Centro al quale affiancarne un altro, riservato esclusivamente alla formazione per laici che desideravano, in qualsiasi campo, mettersi al servizio della Chiesa. Quest’ultimo sogno però, nonostante fosse stato fortemente voluto dallo stesso Padre, non passò mai alla pratica. Il Professor Medi fu partecipe, fino alla fine, delle gioie e dei dolori del Frate Santo. Fu infatti uno degli ultimi a vederlo vivo e a ricevere l’ultima benedizione. Scrive ancora in merito: “Il Padre sapeva che era l’ultima benedizione e con il cuore commosso, alzando gli occhi al cielo, quasi traforando le arcate del convento, avvenne quella Benedizione”, così raccontò qualche giorno dopo la morte di Padre Pio, con somma commozione.

La notizia della morte lo colse lontano, impegnato in un viaggio di lavoro. Incontenibile fu il dolore per non poter assistere agli ultimi respiri del Padre, ma tornò subito a San Giovanni rotondo e vegliò la notte intera, accanto alla salma, perso nell’estremo saluto. Estremo salutò che ripeté durante il funerale, davanti ai suoi fratelli, figli anch’essi del santo Frate, tutti fratelli che conoscevano il Professore, per il suo speciale rapporto con il Padre comune a tutti, un rapporto che non poté interrompersi con la morte di Padre Pio, ma che continuò e continuerà in eterno. Il Professore non smetterà di visitare San Giovanni Rotondo e non perderà occasione per parlare del Padre, per ricordarne la figura grandiosa, soprattutto ai Gruppi di preghiera di Padre Pio, costituitisi in tutta Italia.

 

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IL PROFESSORE E LA MADONNA


A testimonianza dell’estrema devozione che Enrico Medi nutrì per tutta la vita verso la Madre di Dio, ci sono le sei figlie femmine del Professore che si chiamano tutte “Marie”. Lui La chiamava la “Bella Signora”, questa Madre cui faceva continuamente riferimento, a Cui dedicava preghiere soavi e bellissime.

Nel libro “Astronauti di Dio”, ha scritto: “Il Signore ha creato la Vergine Maria e in Lei ha raccolto tutto ciò che di bello e di grande, di meraviglioso, di stupendo e di armonico, può essere nel disegno di una creatura umana”.

Il rapporto con la Madonna è una delle chiavi di volta della spiritualità complessa di quest’uomo straordinario. Nulla di sterile o di infantile vi era in questo suo guardare sempre verso la Madre di Dio.

“Non disperiamo se è , com’è, Mediatrice di tutte le Grazie, la Mediatrice per eccellenza della Divina Misericordia. Lasciamo nelle Sue mani la libertà di tessere la tela del Mondo, Lei che legge negli Occhi di Dio, saprà trarre il più meraviglioso disegno d’Amore e di gioia”.

Il cuore di Dio e il cuore della Madonna erano legati da un unico filo inscindibile, questo filo non era astratto, sfumato, ma vero e tangibile, riscontrabile in ogni miracolo, in ogni atto di Maria e dei Suoi figli. Questo appunto il compito di ogni figlio devoto e pio, quello di calibrare il proprio cuore al Battito Eterno, di unirsi anche lui a quel filo che tutto può e tutto sente.

La Madonna era per lui una sorta di riassunto universale, in lei tutto era spiegato e chiaro e, per poter vivere nella Luce, a Lei si doveva far riferimento. Spesso nei suoi scritti si fa riferimento alla “Bella Signora”, ai loro incontri, alle sue straordinarie apparizioni: ”Sono andato ora a trovare la Bella Signora, tutta Bianca sorride dall’Alto dicendo “Grazie”, sorride al mio sguardo dicendo “vengo” “. Sempre soavi, lucenti e eterei i termini con cui il Professore soleva descriverla. Ne parlava sempre e La descriveva come una Immagine concreta, Che gli stesse davanti in quell’istante o in ogni istante. Un Immagine vera e luminosa, pura e radiosa, sempre pronta a indicare la strada e a schiarire la mente, liberandola da dubbi e tormenti. Fin dall’infanzia aveva sviluppato con la Madonna una familiarità sconvolgente e commovente insieme, familiarità testimoniata dal tono filiale con il quale Gli si rivolgeva di continuo. Adorava il Magnificat che considerava il canto più bello e non si stancava mai di ascoltarlo ed intonarlo per Lei.

“E’ il canto più bello e più poetico che mai donna abbia pronunciato. A volte non ci pensiamo, ma nel Magnificat ci sono le vere parole di Maria, Magnificat anima mea Dominum. Queste parole sono proprio di Maria. Mai poetessa ha tratto dal fondo del suo cuore un brano così filosofico, di sintesi, di grandezza, di teologia, di costruzione del Mondo, di profezia della storia; qui dentro c’è tutto! C’è il problema sociale, c’è la politica, c’è la grandezza, c’è l’amore, c’è la potenza di Dio, c’è la visione dell’ultimo giorno. C’è Tutto!” , così disse durante la conferenza “L’Ora di Maria”, nel ’54.

Origine del fascino straordinario che sortiva nel professore la figura di Maria, doveva essere sicuramente nella sua natura umana. La Madonna era infatti per lui il simbolo della perfezione di Dio incarnata in un essere simile a lui in tutto e per tutto, e, forse per questo, più possibile da raggiungere ed avvicinare.

Per questo pregava il Rosario con passione, anche più volte al giorno; questo per lui era un momento di estremo contatto con la Madre, era un modo per sentirLa ancora più presente, per godere della Sua pace e della Sua perfezione. Anche in questo caso, il segreto stava tutto nella concretezza dell’atto, nel poter pronunciare parole di conforto e di estrema devozione, stringendo fra le dita i grani del Rosario.

“Sui grani della Tua Corona saliremo uniti verso di Te, con i grani della Tua Corona ci leghi così forte che nulla potrà separarci”.

 


Enrico Medi, nato vicino a Loreto, era solito recarsi nella Santa Casa della Madre Celeste e, in confidenza ad alcuni frati, osò manifestare un suo pensiero, quello che recandosi nella Santa Casa della Madonna si potesse "palpitare del Suo stesso mistico respiro, per gioire del sorriso della dolce Madre, per meritare la Sua carezza, in attesa di essere accolti tra le Sue braccia materne, nella gioia dei cieli". Tale possibilità, per lui, era offerta a tutti, prendendo in considerazione che  il "mettersi in ascolto delle pietre della Santa Casa" nasceva dalla sua cultura scientifica, poiché un giorno per lui, proprio in virtù di un futuro progresso scientifico, sarebbe stato possibile ascoltare le parole ed i colloqui tra Gesù, Maria e Giuseppe, rimasti registrati negli atomi delle pietre della Santa Casa di Nazaret", potente e stupenda intuizione di una felice possibilità della futura Scienza.

 


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ENRICO MEDI TRA SCIENZA E FEDE


“Se non ci fosse pericolo di essere fraintesi, verrebbe da dire che il cristianesimo è esattamente scientifico; ma la verità è un altra, è che la scienza per natura sua è cristiana: cioè ricerca della verità, cioè attenta indagine su quella che è la volontà di Dio che si esprime nell'ordine naturale (scienza) e nell'ordine soprannaturale (fede e teologia). Quindi è inconcepibile e assurdo qualsiasi ipotetico contrasto fra fede e scienza, fra vero progresso scientifico e teologia e morale.”

Il Professor Medi era fermamente convinto che Scienza e Fede fossero in continuo dialogo e superassero ogni ostacolo, grazie all’intervento della filosofia, che offriva alla scienza stessa gli strumenti per operare e, soprattutto, la possibilità di sintetizzare e raccogliere il materiale via via accumulato.

“La filosofia ha i suoi metodi e i suoi fini, la scienza metodi e finalità proprie, ma esse non possono, pur nella distinzione, ignorarsi. Nell’ultimo fine della verità si incontrano, si aiutano, si intendono. La scienza porge alla filosofia i risultati delle sue certezze, la filosofia offre alla scienza la potenza della sua luce”; così ha scritto il Professore, all’interno di un discorso tenuto alla conferenza “L’avvenire della scienza”, nel 1950, presso l’università S. Tommaso a Roma.

Scienza e filosofia viste, quindi, come diverse facce di una stessa medaglia, ognuna dotata delle proprie qualità, ma entrambe pronte a venirsi incontro, ad aiutarsi, entrambe a reciproco servizio, entrambe parti di un'unica conoscenza, voluta dal Signore. Conoscenza che Dio ha creato per l’uomo e che, per raggiungerla, ha appunto creato vari strumenti, tutti importanti, tutti complementari.

L’idea di questa Conoscenza, il pensiero del percorso arduo e tormentato per raggiungerla, percorso voluto da Dio e che a Dio porta sempre più vicini, ammaliava il Professore. Questa la chiave di lettura del rapporto stretto che lega Fede e Religione, questo il segreto della loro complementarità. Chi cerca di separarle, chi ne rifiuta il nesso, potrà sempre e solo avere di entrambe una visione parziale e distorta, resterà sempre nel buio e nella confusione, faticando il doppio degli altri per raggiungere, sempre e comunque in vano, la luce e la chiarezza.

Da qui la sua incredulità davanti all’ateismo, che considerava una vera e propria follia; non vedere infatti nella scienza la suprema manifestazione del Divino era assolutamente impossibile, per qualunque essere umano sano di mente e dotato di raziocinio.

Segno di squilibrio era poi, sommamente, vedere scienza e fede avversarie, una negazione dell’altra, saperi di due mondi inconciliati e inconciliabili.

“La mente dell’uomo è fatta per la luce, ogni sorgente di luce che si accende nella sua anima non fa che diradare le rimanenti caligini.

Dio è Autore della natura e della rivelazione. Sono due strade diverse che portano alla Sua Parola, nella quale non vi può essere contraddizione.

La Fede è più diretta, tocca argomenti di valore infinito, direttamente Dio; la Scienza indaga la natura con i mezzi che le sono propri.

Man mano che la ricerca scientifica procede, la fede ne riceve conforto: sempre nuove armonie si schiudono al pensiero, la profondità dei misteri appaiono sempre più nella luminosa composizione del Disegno del Creatore che, facendo l’uomo signore della terra, centro della creazione e dell’universo, lo ha chiamato ad una vita soprannaturale”; questo un brano tratto da alcune conferenze tenute a Siena nel ’70.

Scienza Magistra Vitae, che insegna all’uomo la via per raggiungere i segreti che il Signore ha celato dentro la natura, i segreti che stanno alla base di tutta la Creazione.
Ma come si possono trovare e capire quei segreti se si nega la Fonte stessa che li ha pensati e generati? Come si può studiare o dominare qualcosa del quale si disconoscono le radici stesse? Queste le grandi domande che pone a tutti coloro che si professano atei e che si professano anche Scienziati, sprecando la loro esistenza a rincorrere una verità che mai potranno cogliere e comunque capire.

Gli stessi studi scolastici si orientano su una errata e menzognera concezione di separazione degli ambiti: dalla pratica passano alla teoria, dal fisico all’immateriale. Il Professor Medi sosteneva invece che “la Rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della Scienza”.

Solo correggendo dall’origine questo terribile errore, permettendo ai giovani di crescere con la giusta visione delle cose, si permetterà lo sviluppo di una società consapevole e devota al Signore.

La scienza infatti, vista con il giusto appoggio della fede, avrebbe anzi una valenza fortemente sociale, proprio perché in grado di mettere tutti d’accordo, di accomunarli davanti ad una verità oggettiva ed inappuntabile. Verità che per essere tale, non può che essere Emanazione divina e quindi inscindibile da una Verità di Fede.

Attraverso la scienza il Signore migliora le condizioni di vita dei Suoi figli, rendendoli però consapevoli e attivi, non passivi ed incapaci.

Tutte le macchine che la scienza stava creando miglioravano nettamente la qualità della vita. Proprio in questo suo grande potere sta nascosto il pericolo della scienza, quello di portare l’uomo che la pratica, che ne coltiva le leggi, verso lo strapotere.

La scienza per essere compresa ed utilizzata al servizio degli altri, quindi per l’unico scopo per il quale è stata creata, deve essere sempre e comunque accompagnata dall’umiltà e, in questo, trova il collegamento della fede.

Solo chi vive nella Luce di Cristo può conoscere la vera umiltà.

”L’uomo fa della vera scienza quando dimentica se stesso e si affida interamente alla luce che dalla natura promana: egli sa di non essere creatore di nulla e che la sua grandezza è solo nella fedeltà con cui accetta il vero”.


Enrico Medi, a Loreto a fianco di Mons. Aurelio Sabattani,

il 22 Gennaio 1966, mentre tiene una relazione su

<< Le Virtù sociali di Maria ed il Concilio Vaticano II >>.


 

Per ascoltare la voce del

Prof. Enrico Medi,

visita il sito

con i video

di

ENRICO MEDI


 

 

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